sabato 7 novembre 2009

Sentinella, sentinella... vai pure a dormire.

Si schianta contro un nulla il dirigibile che ti portava in giro. Si imbarca e si rovescia su un fianco, per la spaccatura nelle pareti a tenuta stagna che tenenvano protetto l'umore. Fuori fa freddo e piove, meno male che c'è la nebbia a farti credere che ci sia qualche cosa di bello ancora nascosto in giro.
Tra le mani ti ritrovi un quadernino delle elementari su cui svolgevi i problemini e ci fai due conti. Tutti sogni di allora brillanti di una futura gioa vorticosa si sono fatti da parte, per il pragmatismo della sconfitta a pochi minuti dalla fine della partita. Puoi solo raccogliere i cocci e come certi politicanti profesionisti, negare la scontitta con l'interpretazione cavillosa dei particolari insignificanti. Tu, come quei politicanti in quel momento, vorresti essere in qualunque altrove, a chiedere un drink in un bar tranquillo o ad arrampicarti sulla scalinata di un tempio, costruito per un dio che potresti anche adorare per umorismo.
Prova a scriverlo e vedrai come tutto questo diventa banale, indegno di una canzoncina sentimentale. Eppure ci credi ancora che quando uscirai questa sera la Luna starà, in qualche modo, a sorriderti materna.

venerdì 6 novembre 2009

La paura ha sempre un posto in prima fila

Non aver paura, si diceva. Se lo ripeteva in continuazione, come quando da bambina restava sola a guardare qualche film violento in televisione, la sera tardi. Adesso da adulta se lo ripeteva ancora, involontariamente, come un automatismo, come un mantra. La sua testa faceva scattare la vocina in metropolitana, dopo l'ora di punta, quando le sembrava che tutti gli stranieri guardassero lei. Se lo ripeteva camminando sul marciapiede verso casa. In macchina quando un motociclista si accostava al semaforo. Al lavoro, quando un collega distratto starnutiva senza proteggersi con la mano. L'assicurazione non ti protegge dalle paure,a solo e in parta dai dalle conseguenze, salvo la franchigia. I medicinali vanno usati con cautela, con timore, come i vaccini per il virus dell'influenza. Si sentiva protetta solo in casa, con le luci accese, la tv accesa. Però quando spegneva il televisore, dopo tanta informazione, aveva ancora più paura. Forse la paura abita nella televisione?

mercoledì 4 novembre 2009

Rivoglio le mie ali nere, il mio mantello

Non vi ho dedicato molto tempo in questo periodo però oggi mi siete balzati al centro del pensiero come una vecchia fissazione. Vi guardo di nascosto e cerco di rubare il pensiero che scorre lento dietro le vostre facce dure, gli sguardi assenti e cattivi. Sembrate tutti degli uomini duri, severi, inflessibili come i "capufficio" di certi film. Siete veramente rigidi padri educatori e freddi mariti da pipa e giornale? E quei vestiti, comprati da vostra moglie per farvi sentire importanti non vi pesano? Magari vi siete svegliati nel vostro lato del letto, lontani mesi da ciò che amavate. Magari il vostro capo è pronto in ufficio per urlarvi addosso e rovesciarvi secchi di sbagli non vostri, anche la sua segretaria di solito vi insulta. I figli pensano che siate dei falliti. Nemmeno le vecchie sulle Clio verdi vi lasciano al precedenza. Ho deciso che vi ruberò lo sguardo e apro il libro di Sendak sui "Mostri Selvaggi", con i suoi disegni a due pagine. Precipitate con me nel vortice della fantasia, quella che voi avete abbandonato nell'infanzia. Mettetevi il costume da lupo e unitevi al mio branco. Trasformiamo questa città in una ridda selvaggia.

lunedì 2 novembre 2009

Color 2009 cupo

Di tante cose che questo 2009 ha raccolto, di sicuro, i lutti saranno ciò per cui lo ricorderemo. Questo paese, questa città, sta perdendo la voce e quel poco che c'è ancora da dire tra poco sarà un eco flebile del ricordo. Dell'inutilità delle parole, dell'inefficace conforto dei funerale, sono stanco. Adesso vorrei uscire a cercare tutte le anime vive rimaste, d'arte, di musica, di parole, di pensiero, di sguardo, gli acrobati, i manovratori di marionette, i partigiani, i panettieri, i lavoratori felici; e portarli via. Ma non saprei dove. Non resta che l'abbraccio.



foto: dettaglio da Trilli (http://www.flickr.com/photos/trillii/2527233919/)

venerdì 30 ottobre 2009

La prima recita

Riccardo stava seduto su un avanzo di sedia nel magazzino della palestra della scuola vestito con gli abiti in cartapesta di un cavaliere azzurrino. La scopa trasformata in cavallo mutilato era appoggiata alla parete e non legata ad un pesante anello come si dovrebbe fare se fosse stato un cavallo vero. Riccardo era profondamente meravigliato nel vedere la gente, o meglio i suoi compagni e la maestra,credere che quella scopa fosse un cavallo. Ma non vedevano che non aveva zampe? Non capivano che era lui a farla sobbalzare? Troppe cose non andavano in quella recita, prima di tutto i ruoli. Lui avrebbe voluto fare il mago e non il cavaliere che salva la principessa. Il mago dice solo due frasi, consegna la spada la cavaliere e scompare per sempre. Era un suo diritto essere il mago perché quel personaggio lo aveva suggerito lui alla maestra. Tutti i compagni urlavano che nella storia dovevano esserci i pirati, i robot, le fate e almeno mille principesse, ma che razza di storia sarebbe stata? Poi la maestra ha scritto quello che ha voluto lei però il suo mago lo ha tenuto. Minimo, se uno inventa un personaggio poi può fargli fare quello che vuole, altrimenti non si capisce perché sui libri mettano anche il nome dell'autore; oppure è come quando nasce un bambino, che è fatto dalla mamma ma prende il cognome del papà. E poi perché doveva salvare la principessa? Mica era sicuro che dovesse proprio farlo. Magari quel castello incantato era come un collegio? E magari l'avevano mandata i suoi genitori perché non aveva fatto la brava, per farla studiare? E se poi dopo averla liberata qualcuno si arrabbia perché così si da il cattivo esempio alle altre bambine che vanno in collegio? Il drago lo fa Patrizia che è una ragazza. Non basta mettersi dei pezzi di carta pesta per diventare un drago, in particolare se sei una ragazza, il drago è maschio. Riccardo avrebbe dovuto sconfiggere quel drago, ma anche questa cosa lo lasciava perplesso perché in fondo aveva capito che il cavaliere per liberare la principessa doveva uccidere, o almeno ferire, il drago. Certo ferirlo per finta, però la maestra diceva “sconfiggere” e forse era un'altra cosa. Il drago era cattivo, era il male, ma allora perché avevano scelto Patrizia quando c'era Piero che è veramente cattivo? Niente, questa storia non sta in piedi. Un po' perché l'ha inventata la maestra che è brava a correggere i compiti ma, forse, non a inventare le storie.
Alla fine la recita andò bene, i bambini fecero l'inchino, le mamme piansero, i papà filmarono e la maestra era fuori a fumare.

“Siete stati bravissimi” disse la mamma a Riccardo “sei stato un vero cavaliere!”
“Ma...” obiettò Riccardo “ Marco ha sbagliato la sua frase, anche Cinzia. E poi il drago non faceva paura”
“Ma no fa nulla, è andato tutto bene”
“Sì ma... hanno sbagliato!”
“Ma non importa mica ti devono dare un voto!”

Il non essere giudicati avrebbe dovuto essere di sollievo a Riccardo che invece provò un poco di delusione, non tanto per un voto che sarebbe stato positivo, quanto perché non avrebbero punito i compagni più pigri, quelli che non si erano impegnati. Ripensò a quante volte la maestra aveva ripetuto loro che la recita era una cosa importante, la più importante dell'anno. Ma allora perché non c'erano voti? Come si capiva quando una cosa era più importante di un'altra? Nelle loro discussioni, mamma e papà, mettono sempre di mezzo cose importanti. Certe sono importanti per la mamma e altre per il papà, ma non sanno allora qual'è quella più importante? E' per quello che litigano?

"Direi che ti meriti un premio... un bel regalo", gli occhi della mamma erano più grandi che mai. Il loro blu adesso era veramente qualche cosa che non si poteva non vedere, che faceva stringere la pancia.
"Posso scegliere io il regalo?"
"Ma caro, io e il papà te lo abbiamo già preso! Ti aspetta a casa"

Ora la recita andava rifatta per farla vedere ai bambini delle altre classi, senza i genitori ma solo con le maestre.
Alle maestre piacciono molto le recite, forse perché così anche loro possono disegnare e non devono spiegare o correggere i compiti? Nel bagagliaio dell'auto la scopa cavallo scalpitava a modo suo verso la libertà, ma il suo oscillare sembrava voler confermare le ipotesi di Riccardo.



foto: S. Calierno (www.paolocason.it)

mercoledì 28 ottobre 2009

L'evidenza è lo sbaglio stesso

Osservi un sistema di cose, di pensieri, una sequenza di azioni ed estrai una conclusione, anche molto meditata. Leggi i segni del tempo, limiti l'interpretazione e vieti alla fantasia di giocare a costruire universi. Riguardi il disegno che ti sei fatto e ti confermi che è quello giusto, o per lo meno il più probabile. Tutti i tuoi strumenti sono in campo e tutti danno lo stesso verdetto... sbagliato. Quindi dici "ovvio che doveva essere così". Come quando ti davano il problema e i dati, scrivevi la soluzione e ne eri assolutamente convinto, ma ancora di più convincente era lo sbaglio che la maestra evidenziava in rosso. Forse conviene aspettare l'esito, comprare la Settimana Enigmistica oggi e metterla nel cassetto fino alla settimana prossima, quando usciranno le soluzioni.

lunedì 26 ottobre 2009

Synchronicity

Sincronizzare la rubrica del cellulare con i contati dell'e-mail, il calendario del pc con l'agenda (quella cartacea e quella digitale), poter accedere alle proprie informazioni da ogni parte del mondo, copiare e proteggere tutto. Perché poi? Generalmente per poter lavorare anche in bagno o per poter scrivere su Facebook: "avevate ragione il cibo messicano lo si paga due volte". Benché mi piaccia non essere dipendente da dove accedo per poter fare tutte le mie cose, a volte mi spavento per il tempo che perdo nel mantenere tutto aggiornato rispetto alle volte volte che posso dire "va che bello! Ho tutto pronto." Preferirei mantenere sincronizzati i pensieri alle azioni, gli appunti ai fatti, gli stati e gli umori. Sarei felice di sincronizzarmi con gli gli altri, capirne i tempi, per non dover rincorrere o per non trovarsi soli su un'altra strada. Di fatto nel cambio di telefono ho perso un mucchio di numeri.

martedì 20 ottobre 2009

Stormi di uccelli neri

E ci siamo ritrovati in un po' col naso verso il cielo a vederle percorrere un piccolo spazio di blu, quello tra il Pirellone e l'ultimo albero della Stazione Centrale. Centinaia di uccelli neri ondeggiavano come una marea tra i palazzi, lo stormo si allargava e si fletteva come un muscolo. Il volo era frenetico ma perfettamente coordinato, nessun componente sembrava fuori posto nonostante la velocità. Noi bipedi terresti non potevamo che provare un vago timore che quella fosse la danza rituale prima di un attacco o prima di una devastante scarica di guano. Sarebbe bello capire il perché di tutto ciò. Sarebbe bello poter salire a metà del grattacielo e vedersele arrivare contro, vederli deviare ad un soffio dal vetro, fissare i loro occhietti neri come pasticche di liquirizia ciucciata. La folla dell'ora di punta verso la Metro invidiava quel movimento complesso e per niente claustrofobico.



foto: www.ermesambiente.it

lunedì 19 ottobre 2009

Non "Come Stai?" ma "Quanto manca?"

E' colpa di Rì se mi ributto sul tema a me tanto caro e odiato della domanda "come va?", ma ci sono sviluppi. A questa inutile questione la risposta che ne viene è obbligata. Se non si hanno gravi problemi (amore, salute o lavoro) e se non si vuole fare i piagnoni si deve rispondere "Tutto bene" oppure "Bene, non mi lamento" o comunque una delle sue finite e numerabili varianti. Però spesso vorremmo rispondere "fa tutto schifo, la vita è una merda", non perché i tre pilastri della vita apparente siano instabili, ma solo perché l'umano quotidiano senso di vuoto sembra togliere un valore all'esistenza. Quella malinconia sottile, quel dolore persistente e impalpabile che avvelena buona parte dei nostri giorni. Detto ciò vi sparo una teoria: se non si hanno problemi di salute, lavorativi o famigliari gravi, si può non sentire quel "sottile dispiacere". Come? Basta essere innamorati. L'Amore in qualche modo riempie i vuoti (battute da osteria a parte). Anche un malinconico giovedì mattina di un piovoso novembre può trovare un senso, addirittura ci riescono le domeniche pomeriggio! Ovviamente per Amore intendo la mia inesplicabile personale definizione, ma ad un certo punto ognuno deve farsi la sua. Ma c'è un trucco che colpisce tutti, il vero problema, l'errore cosmico. L'Amore non dipende solo da noi, e non è proporzionale né al bisogno che si ha né a quanto se ne vorrebbe dare. Una fregatura incredibile, altro che essere scacciati dal Paradiso Terrestre. Quindi "Come stai?" "Aspetto."



foto: Concetto Spaziale - Attesa, di L. Fontana

domenica 18 ottobre 2009

Il trucco ci sarà anche, ma non si vede

La domanda dopo i loro film è sempre la stessa: ma come fanno? Non a fare animazioni molto belle, dai colori brillanti, a volte più reali del reale; come fanno a non sbagliare un film? A trovare storie veramente belle, e intarsiarle con idee comiche e narrative originali? Forse il film che mi piacque di meno fu Cars, però aveva dei paesaggi mozzafiato. Eppure ogni volta sai che il prossimo che uscirà sarà ancora più sorprendente. L'ultimo UP anche senza la proiezione tridimensionale sarebbe stato molto bello, l'effetto di profondità però aiuta a raccontare la storia tenendoti lo sguardo incollato allo schermo per non perdere una scheggia. I personaggi sono molto simpatici, con forti caratterizzazioni prese dal reale. (Scoiattolo!) Ormai la rotta è segnata e il futuro del cinema di animazione, o di fantasia, è tridimensionale. Attendo con ansia Jim Carry nel romanzo di Dickens sul Natale e Alice nel Paese delle Meraviglie con Depp; i trailer promettono meraviglie. E' bello arrivare da adulti a vedere un film, entrare in un mondo che fino a ieri era solo nella tua testa e sperare che di non uscirne mai.